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La ricerca in educazione.

 

La ricerca in educazione
di Flora Pisa


La recente pubblicazione del rapporto Education at a glance 2006, in cui sono contenuti i dati OCSE-PISA 2006, induce ad una riflessione profonda sulla reale situazione della scuola italiana. Il ritratto che se ne ricava della nostra scuola non è certo di belle fattezze: iniqua, di bassa qualità e di durata insufficiente è l’educazione che il sistema di istruzione italiano eroga per i suoi giovani.
L’istruzione è il badge per il mondo del lavoro, ma nella realtà italiana sono molti che non riescono a terminare gli studi d’istruzione secondaria, per non parlare di quelli universitari.
I risultati forniti dal rapporto di quest’anno ci collocano, per lo studio della matematica, dietro tutti i paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ad esclusione di Grecia, Messico e Turchia.
Questi risultati, alla luce della situazione sociale e culturale italiana, assumono un significato rilevante. Forse è arrivato il momento di non farsi solo domande; è necessario cominciare a studiare il fenomeno in modo serio e consapevole se si vogliono risollevare le sorti del paese e, soprattutto cercare risposte soddisfacenti per affiancare i nostri giovani nel loro percorso di crescita educativa e professionale.
La realtà scolastica e universitaria, che lavora per la formazione dei giovani, vive una situazione fortemente variegata e disgregata sul territorio nazionale; si avverte la mancanza di una proposta unitaria formativa; indicazioni che siano valide dalla cima delle Alpi all’isola piu’ remota dellla nostra bella Italia; ogni angolo di questa bellissima terra è un micromondo, capace di sopravvivere al di là del contesto. Si è in balia delle normative che cambiano dall’oggi al domani con la faciltà di un cambio d’abito in prossimità della nuova stagione; tutto si cancella, prima ancora di riflettere sui vantaggi o svantaggi di ciò che è stato proposto fino ad ieri. Tutto viene lasciato alla buona volontà di chi opera direttamente tra i banchi di scuola; e così, proprio questa scuola, affollata di docenti tutti uguali tra loro per compenso economico, senza nessun riconoscimento professionale, deve vivere anche la delusione di non essere stata capace di motivare i giovani allo studio e coltivare grandi ambizioni.
I giovani di oggi sono diversi da quelli di solo qualche anno fa, hanno altri bisogni, hanno altri problemi, ma la scuola cosa fa? Si barcamena tra un governo e l’altro, facendo riforme e controriforme, fatica a tenere il passo dei tempi che, inesorabilmente, fuggono via, cambiando alla velocità della luce e i risultati si vedono: sono quelli riportati
dall’OCSE.
Urge un intervento che preveda l’erogazione di direttive e curricoli nazionali per la scuola dell’obbligo, una visione d’assieme dei percorsi formativi rivolti ai giovani che vogliono approcciarsi in modo consapevole e preparati al mondo del lavoro oppure che vogliono intraprendere studi universitari capaci di qualificare le professionalità.
L’economia di un paese non può dimenticare la formazione, diversamente rischierebbe il tracollo generale.
Nelle scuole esistono tante ottime professionalità, spesso mortificate e costrette a vivere nella comune mediocrità. Perché non incentivarle e permettere il rifiorire di attività di ricerca e sperimentazioni che aiutino ad individuare
nuove strategie per risollevare la scuola italiana?
È a partire da questi professionisti, che sperimentano giorno per giorno la convivenza con i ragazzi, che possono arrivare forti riflessioni per proporre cambiamenti legislativi capaci di sopravvivere alla sfida dei tempi. È una grande macchina che andrebbe messa in moto, e forse ne varrebbe la pena.

La ricerca e la sperimentazione sono l’anima del buon fare, permettono di riflettere direttamente su un sistema che attualmente vive un momento poco felice.
Quando si parla di ricerca in educazione ci si riferisce prevalentemente alla riflessione teoretica, oppure all’applicazione sul campo, in particolare nella scuola, di procedure sperimentali rigorose che diano risultati misurabili.
In realtà l’ambito dell’intervento educativo non si riduce alla scuola, ma riguarda la maggior parte delle relazioni interpersonali: quelle educative all’interno della famiglia, il rapporto formativo nelle diverse istituzioni e organizzazioni, il comportamento insegnante.
Si può parlare di sperimentazione quando si intende sottoporre a verifica rigorosa modelli e procedimenti educativi; ciò per giungere ad applicare modelli di analisi scientifica ai fatti educativi ed eventualmente a misurarli. Per poter compiere queste operazioni è necessario operazionalizzare concetti e costrutti teorici per verificarne o falsificarne la validità.
Si parla poi di sperimentazione nella scuola, esaminando il nesso tra i risultati acquisiti attraverso la ricerca e le decisioni da prendere in campo istituzionale e didattico per produrre innovazione e cambiamento.
Chi opera in ambito educativo e vive i processi e le relazioni educative in prima persona, in campo o, come dice Lucia Lumbelli, “in trincea”, chiede alla ricerca educativa di proporsi come consulenza efficace per la soluzione pratica di problemi educativi ben determinati. In altre parole si chiede al pedagogista di dimostrare tangibilmente all’insegnante che le proprie elaborazioni non sono astratte e artefatte, ma sono in grado di dare risposte ai suoi quesiti professionali. Per rispondere a questo bisogno di aderenza alla realtà educativa e di maggior contatto-confronto con chi opera in campo, alcuni ricercatori hanno pensato all’opportunità di fondare un modello di ricerca partecipante, che non si limita a consultare gli operatori per la definizione del problema da studiare, ma che coinvolge questi ultimi direttamente nelle diverse fasi di conduzione della ricerca stessa. Nasce così la ricerca-azione come ricerca sociale applicata, caratterizzata dal coinvolgimento immediato del ricercatore nel processo “d’azione”. Il suo obiettivo è di fornire un contributo, nello stesso tempo, alle preoccupazioni pratiche delle persone che si trovano in situazione problematica e allo sviluppo delle scienze sociali, per una collaborazione che le collega secondo uno schema etico reciprocamente accettabile.
Sviluppando la ricerca in campo educativo si riuscirebbe a dare rigore scientifico all’educazione e la scuola riacquisterebbe il suo ruolo all’interno della cultura italiana. Gli studi che ne potrebbero derivare permetterebbero a quei docenti attivi e responsabili di accreditare la propria professionalità e di vedersi riconoscere quanto gli è dovuto sia in termini economici che professionali. Le varie realtà potrebbero essere valorizzate e, nel contempo, potrebbero contribuire all’elaborazione di un concetto di scuola nazionale in una visione ologrammatica, dove il centro rimanda alle diverse situazioni territoriali, ma dove le stesse contribuiscono alla capitalizzazione di un sistema d’istruzione del paese. 
Certo il percorso sarebbe lungo e laborioso, soprattutto perché bisognerebbe investire molto nella formazione in itinere del personale scolastico che, sovente invece, vive la formazione come una realtà marginale nella propria esperienza professionale, perché scarsamente riconosciuta sia come credito formativo sia come incentivo economico.


BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
- Education at a glance 2006
www.oecd.org/document/52/0,2340,en_2649_34515_37328564_1_1_1_1,00.html>
Il rapporto sull'Italia
http://www.oecd.org/dataoecd/51/23/37392799.pdf>

Susanna Mantovani, La ricerca sul campo in educazione. I metodi qualitativi, Bruno Mondadori

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