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La scuola non si nutre di materie aggiuntive di David Bidussa

da Secolo XIX
Giovedì,
6 Settembre 2007

 

Le misure prese dal ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, hanno fatto discutere molto: reinserimento dei criteri selettivi, ritorno ad una scuola della nozione. Per bocca stessa del ministro la scuola dovrà essere «più seria, non più severa» e Fioroni ha aggiunto: «La missione è chiara. Internet e inglese sono cose importati, ma (riferendosi alla riforma Moratti ) - sono solo cose aggiuntive. Non possiamo pensare siano sostitutive di italiano, matematica, sintassi, grammatica, storia e geografia».
Un'affermazione che da sola potrebbe valere un programma se non nascondesse di fatto una condizione di vera e propria crisi di sistema (prima di tutto pedagogico) e poi soprattutto didattico. Forse niente è più turbolento della scuola. Non è una attenuante anche se molti dei ministri che hanno preceduto Fioroni si sono misurati - sempre con scarso successo - con la possibile riforma della scuola pubblica italiana. E tutte le volte si sono scontrati sul piano dei programmi. Anche questa volta il problema è quello dei programmi.
Tuttavia la questione del peso specifico di ogni materia è solo di facciata. Dietro, il problema è quello della formazione come insieme di conoscenze, come cassetta di strumenti che uno studente ha nel proprio bagaglio. Una cassetta che è efficace se tiene conto di due differenti domande: la prima riguarda quanti dati sono oggi necessari per orientarsi nel sapere contemporaneo. La seconda riguarda gli strumenti che sono necessari per consentire un orientamento autonomo.
A questa domanda si risponde non genericamente rafforzando il sapere nozionistico, ma ampliando quelle discipline che tradizionalmente sono rimaste indietro nel sistema educativo italiano. Vuol dire un maggiore studio delle scienze, prima di tutto. Ma vuol dire anche una diversa preparazione sul piano della filosofia laddove questa disciplina non sia solo storia della filosofia, ma anche apprendimento della logica, ovvero del "come si ragiona".
Questo aspetto immette alla seconda questione e riguarda gli strumenti solo apparentemente tecnici che fanno parte del processo curriculare. Internet e inglese, per quanto siano concepiti come materie aggiuntive, sono prima di tutto un viatico per stare nel mondo, per muoversi nel flusso della conoscenza, per permettere la formazione permanente. In breve sono la precondizione non solo per pensare, ma anche per comunicare domani, per non dire già oggi. Sono l'equivalente del processo di alfabetizzazione all'inizio del Novecento. Allora si trattava di uscire da una condizione di sudditanza di "handicap culturale" acquisendo la capacità di leggere e di scrivere. Era un modo per acquisire autonomia, per poter scegliere cosa e quando leggere. Non era una cosa aggiuntiva, ma un atto di libertà.
Lo stesso vale per Internet e inglese oggi. Per questo non sono aggiuntive. Ma muoversi con questi due saperi strumentali non riguarda solo l'ambito della libertà. Include che oggi si abbia consapevolezza degli strumenti con cui domani si comunicherà e si ci si approprierà del sapere. E dunque anche di quali contenuti dotarsi adesso: quali discipline, come definite nella didattica, come costruite per gli strumenti e le dotazioni (scritte, visuali, sonore...) con cui acquisire confidenza. Storia e geografia non sono solo discipline di date, luoghi e descrizioni, sono mappe, analisi e costruzioni in serie di dati. Sono la possibilità di riflettere su informazioni, decidendo cosa prendere, cosa scartare, come organizzarlo in un discorso e alla fine come costruirlo in un testo. E dunque, alla fine, sono anche il recupero della scrittura, una pratica spesso trascurata e divenuta un solo esercizio di fine corso, per ottenere un pezzo di carta di cui nessuno sa oggi quale sia il valore. E' davvero solo una questione di materie aggiuntive?


 

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