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Angeli e demoni

Aprile 2018

Anche fuori dal Palazzo girano ‘voci’

Questo mese ne ascolto due. Due frammenti di pensiero che danno luce (semmai ce ne fosse bisogno) all’importanza  dello scrivere e del leggere storie anche a scuola per la formazione personale e sociale dell’umanità.

La prima ‘voce’ mi parla dal quotidiano “La Repubblica” di martedì 20 marzo, alla pagina 33. È la voce di Mario Vargas Llosa (premio Nobel per la letteratura nel 2010) che mi suggerisce, citando Bataille, la funzione vitale ed emancipativa della letteratura. L’articolo si intitola “Care femministe non sparate sui libri” e, in modo provocatorio, mette in guardia dai rischi del politically correct applicato appunto alla letteratura. Ascoltiamola insieme ...

 

“… La letteratura ha sempre avuto nemici” - Scrive LLosa – “Nel passato la religione era la più decisa a liquidarla istituendo una censura severissima e innalzando roghi per bruciare gli scrittori e gli editori che sfidavano la moralità e l’ortodossia. Poi furono i sistemi totalitari a mantenere viva questa tradizione sinistra. E le democrazie, a loro volta, per motivi morali e legali, hanno vietato dei libri, ma qui era possibile resistere, lottare nei tribunali (l’ultimo processo in Italia fu celebrato nel 1990 nei confronti di Aldo Busi per il libro “Sodomie in corpo 11”, dove l’autore venne poi assolto dall’accusa di oscenità- n.d.R-achele). Ora il più risoluto nemico della letteratura, che pretende di decontaminare dal maschilismo, da un’infinità di pregiudizi e dall’immoralità, è il femminismo. Non tutte le femministe, naturalmente, ma di certo le più radicali, e, dietro di loro, ampi settori che, paralizzati dalla paura di essere considerati reazionari e fallocrati, sostengono questa offensiva antiletteraria e anticulturale. Per questo quasi nessuno ha avuto il coraggio di protestare, qui in Spagna, contro il decalogo femminista del sindacato che chiede di eliminare dai corsi scolastici autori rabbiosamente maschilisti come Pablo Neruda, Javier Marías e Arturo Pérez-Reverte”  

Ma l’arte o è sovversiva oppure è morta. Vargas Llosa lo spiega con il pensiero di George Bataille, citando il suo libro ‘La letteratura e il male’, “dove sosteneva, influenzato da Freud, che tutto ciò che deve essere represso per rendere possibile la società – gli istinti distruttivi, il ‘male’ – scompare solo sulla superficie della vita, non dietro o sotto di essa, e che, da lì, preme per riemergere e reinserirsi nell’esistenza. In che modo ci riesce? Tramite un intermediario: la letteratura. È questo il veicolo mediante il quale tutto quel deposito umano torto e ritorto torna alla vita e ci permette di capirla più profondamente e anche, in un certo modo, di viverla nella sua pienezza, recuperando tutto ciò che abbiamo dovuto eliminare perché la società non sia un manicomio o un’ecatombe permanente, come doveva essere nella preistoria dei nostri antenati, quando l’umano era ancora in nuce. Grazie alla libertà di cui ha goduto in certi periodi e in certe società, esiste la grande letteratura, dice Bataille, ed essa non è morale o immorale, ma genuina, sovversiva, incontrollabile, o finta e convenzionale, o più precisamente morta. Una letteratura senza vita e senza mistero, con la camicia di forza, lascerebbe senza vie di fuga quegli aspetti oscuri e maledetti che portiamo dentro e questi troverebbero dunque altri modi per riaffacciarsi alla vita. Con quali conseguenze? Con quegli inferni in cui il ‘male’ si manifesta non nei libri ma nella vita stessa, attraverso le persecuzioni e le barbarie politiche, religiose e sociali. Di conseguenza, grazie agli incendi e alla ferocia dei libri, la vita è meno truculenta e terribile, più pacifica e gli esseri umani possono convivere con meno traumi e più libertà. Chi insiste affinché la letteratura diventi inoffensiva lavora in realtà per rendere la vita invivibile, un territorio in cui, secondo Bataille, i demoni finirebbero per sterminare gli angeli. E’ questo che vogliamo?”.

 

Del resto, anche le fiabe sono crudeli e sovversive: lupi che mangiano bambine e nonne, genitori che abbandonano i figli nel bosco, pifferai che rapiscono frotte di bimbi con l’incantesimo del suono, seconde mogli che avvelenano figliastre, piccole trasgressioni punite con il precipizio di una intera comunità in sonni centenari … e via dicendo. Eppure esse (le fiabe) si adeguano perfettamente al tumultuoso contenuto di aspirazioni, angosce e frustrazioni dei bambini, parlano lo stesso linguaggio, trattano di problemi universali offrendo esempi di emancipazione. I loro personaggi (delle fiabe) sono figure archetipiche e le situazioni magiche raccontate esorcizzano incubi inconsci, placano inquietudini, aiutano a superare incertezze e crisi esistenziali, insegnano ad accettare le responsabilità e ad affrontare la vita.

In più, oggi, la letteratura (anche quella infantile) può contribuire all’educazione dei sentimenti dei bambini e degli adolescenti molto più che nel passato a causa di un concorrente fenomenale come la ‘Rete’, che, moltiplicando i contatti all’infinito rapina l’attenzione ed escludendo il corpo dalla comunicazione manipola le emozioni con finalità non certo formative. 

La scuola ha dunque il compito di leggere e far leggere libri per perseguire la sua finalità educativa.  Lo dico con la seconda ‘voce’ , quella di Umberto Galimberti, tratta dal suo libro: La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo, Milano, Feltrinelli, 2018.

“Ci sono degli adolescenti che non si annoiano perché, attraverso i libri, hanno scoperto quanti percorsi fantastici la vita può offrire, e non hanno bisogno di droghe per fare un ‘viaggio’ fuori dalla quotidianità. Ci sono infine adolescenti che, grazie ai libri che hanno letto, non drammatizzano le sofferenze che incontrano nella vita, non si abbandonano agli amori con l’ingenuità di chi conosce solo la passione del momento.

Non sono per questo immuni dall’inquietudine dell’adolescenza e neppure sono diventati adulti troppo precocemente. Grazie ai libri hanno semplicemente offerto alla loro mente e al loro cuore tanti percorsi che, senza libri, non avrebbero conosciuto, e così hanno evitato l’afasia del linguaggio, l’atrofia dei sentimenti, la povertà dell’ideazione e della fantasia che, anche quando è appena abbozzata, contiene quasi sempre un progetto di vita. Questi sono i doni della lettura, che diventa una compagna di viaggio solo per chi comincia a frequentarla da bambino. Si illude chi dice: ‘leggerò quando sono in pensione’, perché, se non ha cominciato da bambino, non leggerà mai. La scuola deve impegnarsi a far leggere ai ragazzi, oltre ai libri scolastici, tanti altri libri. (p. 196)

… Senza lettura non solo si fossilizzano le nostre idee, ma finiamo per non conoscere neppure i nostri sentimenti, perché ci mancano i nomi per chiamarli e  richiamarli, per dialogare con loro, per non essere fagocitati a nostra insaputa, senza alcuna capacità di governarli. Se non leggiamo come facciamo a conoscere il dolore in tutte le sue sfumature, la disperazione nelle sue espressioni più atroci, la noia nella pesantezza della sua atmosfera, la gioia nei suoi momenti esaltanti ed euforici, l’angoscia che, quando ci assale, ci lascia davanti solo il nulla a cui aggrapparci?

Le vie d’uscita ce le offre la letteratura, perché i sentimenti non ci sono dati per natura, ma si imparano attraverso la cultura, come da sempre gli uomini hanno saputo quando hanno inventato i miti per dare un nome e una traccia al linguaggio del cuore” (p. 199)

 

A chi la racconti?

Sempre, quando si narra una favola, cala la sera. E tutto ciò che resta è un dono.

Rachele Nasazzi

 

 

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