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Busto Arsizio, la città delle meraviglie

di Patrizia Appari

14 aprile 2005 - 14 aprile 2019

 

La mia dimora si trovava nel centro Italia, in cima ad una collina circondata da un grande spazio naturale composto da prati, frutteti e stalle nelle quali vivevano animali dalle zampe lunghe e zoccolate.

Quando mi avventuravo nei prati sui pendii della collina mi inebriavo del profumo di erbe e fiori di tutti i tipi; mi piaceva ricercare la frescura all’ombra dei ciliegi e dei peri. Da quelle postazioni vedevo i cavalli all’interno di uno steccato che si offrivano mansueti alle cure di un uomo. Non mi avvicinavo mai, preferivo stare nei pressi della casa dove mi sentivo più al sicuro nel caso in cui avessi avuto bisogno di protezione dalla mia famiglia.

Avevo un fratello con il quale andavo d’accordo ed una madre protettiva e premurosa come tutte le madri.

In primavera la brezza che avvolgeva la collina intrisa degli odori della natura mi faceva pensare che è bello stare al mondo. Avevo due amici più grandi di me che reputavo molto saggi, ai consigli dei quali mi abbandonavo incondizionatamente ritenendoli da sempre preziosi e sinceri.

Una mattina, che al mio risveglio si presentò limpida e promettente, mentre girovagavo qui e là per il prato adiacente la casa in cerca di novità, uno di loro mi avvicinò e mi disse: «Oggi è un giorno speciale, preparati, domani ci aspetta un lungo viaggio e tu verrai con noi.»

Viaggio, speciale, lungo? Non mi ero mai allontanato dalla mia casa, non ero neppure mai arrivato al recinto dei cavalli, per la questione delle zampe e degli zoccoli e poi la mamma e mio fratello, sarebbero venuti con noi?

Non era la prima volta che i miei due amici partivano in camper, dopo accurati preparativi, salivano su quella grande auto e tornavano dopo giorni. Non mi ero mai chiesto dove andassero e perché ma questa volta, poiché pareva che anche io fossi direttamente interessato al viaggio, dovetti chiederlo. La risposta fu: «Parteciperemo ad un concorso, andremo in Piccardia ad Amiens, ma faremo una tappa a Busto Arsizio, dove troverai una particolare sorpresa. Ecco perché verrai con noi.»

Concorso, Piccardia, Busto Arsizio, sorpresa? Chiesi chiarimenti e mi venne spiegato che la Piccardia era in Francia, molto lontano; Busto Arsizio, una città a metà strada, dove ci saremmo fermati affinché io potessi ricevere la sorpresa che era stata organizzata per me.

Dopo l’ascolto di queste spiegazioni mi pervase una vaga inquietudine ma poiché vidi i due amici indaffarati nei preparati per il concorso e per il viaggio pensai che dovevo fidarmi. Giacché il giorno era tiepido e la mattina inoltrata mi diressi nella parte superiore del poggio dove, all’ombra di una magnolia, mi addormentai. Mi svegliò la mamma per il pranzo e mentre mangiavamo chiesi a mio fratello: «Verrai anche tu, domani, con noi?»

Fu la mamma che si premurò a rispondere: «Hanno scelto te e tu devi andare. Sarà un viaggio lungo e avventuroso. A un certo punto della vita bisogna uscire dal recinto per imparare a vivere.»

Non aggiunse altro ma percepii una vena di rassegnazione e di malinconia nel tono della sua voce. Mio fratello parve non interessato alla questione e trascorse tutto il pomeriggio nelle sue solite occupazioni senza molto preoccuparsi di me. Al contrario, io pensavo: viaggio lungo e avventuroso, recinto, imparare a vivere.

Un’eccitazione insolita mi invase per tutta il resto della giornata che spesi nell’osservazione, a debita distanza, dei preparativi che i due amici predisposero per il grande viaggio.

Fui destato all’alba del giorno dopo. Il camper era pronto. Salimmo nello spazio che era stato allestito per noi e, tra i saluti generali, ebbi solo un piccolo momento per vedere mia madre e mio fratello che guardavano il grande mezzo che oltrepassava il cancello della proprietà e si avviava lungo il sentiero che si sarebbe raccordato alla strada principale che ci avrebbe portato a vivere la grande avventura.

Sentii l’odore acre della terra ancora umida della notte, il profumo dei ciclamini appena fioriti che crescevano sulla recinzione della proprietà, il nitrito dei cavalli che pascolavano nel recinto, in alto sul poggio, dove sempre soffiava una brezza frizzante che, in quella occasione, sembrava mi volesse salutare con lo sventolio delle foglie dei rami più alti degli alberi.

I due amici mi avvisarono che il viaggio sarebbe stato lungo e che, per non annoiarsi troppo, sarebbe stato meglio dormire. Io volevo vedere com’era il mondo fuori dal recinto, ma dalla postazione nella quale mi trovavo non potevo guardare all’esterno e l’unica cosa che sentivo erano i cigolii della carrozzeria e il rumore monotono delle ruote sull’asfalto.

Ben presto questi rumori mi conciliarono il sonno e sognai Busto Arsizio come una grande e importante città nella quale si erano date appuntamento tutte le meraviglie del mondo.

Il grande viaggio si appalesò come assai noioso, per cui, fui colto, anche a causa della mia tenera età, da momenti di sonno e di veglia che si susseguirono ripetutamente.

Durante un breve risveglio ebbi l’occasione di ascoltare un discorso tra i due amici che, convinti della mia incoscienza, stavano tra loro conversando: «Andrà tutto bene, la signora lo troverà simpatico. Pagherà il pattuito e l’iscrizione al concorso sarà assicurata.»

Quale signora? Chi avrebbe dovuto trovare simpatico?

Il resto non lo compresi e continuai a dormicchiare.

Uscimmo dall’autostrada che era buio pesto. Vedevo attraverso il vetro del cruscotto del camper, l’unica apertura che mi dava la possibilità di guardare all’esterno, luci e case che si avvicendavano veloci.

A un certo punto il motore si fermò.

Un portellone fu sollevato e gli amici ed io avemmo la possibilità di vedere al di fuori.

Davanti a noi si estendeva un piccolo prato con una recinzione. Il terreno era quasi brullo, vi spuntavano ciuffetti di erba arsa dal sole. L’aria era pesante, tutto intorno un odore acre e di polvere. Al di là della recinzione un sentiero polveroso.

Era questa Busto Arsizio, la città delle meraviglie?

La mia smania e la mia concitazione si trasformarono in delusione e sconforto.

I due amici mi guardarono e senza dare risposta alla mia domanda mi spinsero fuori dal camper dicendo: «Dai, che facciamo un giro e prendiamo un po’ d’aria.»

Al rientro nel camper passai una notte tormentata.

Dov’era la mia mamma? Perché mi avevano portato lì?

Fui svegliato da uno dei due amici che mi disse: «Su sveglia, preparati. E’ ora.»

Le emozioni più disparate mi attraversarono.

Che cosa mi stava capitando? Quale tiro i due amici mi stavano giocando?

Sentii il rumore di un’automobile che si stava inoltrando nel sentiero.

La macchina accostò alla recinzione e il motore si spense.

Dalla automobile uscirono due signore che si guardarono intorno alla ricerca di qualche cosa che non conoscevano. Una delle due disse: «Saranno nel camper.»

I due amici ed io stavamo sulla soglia del mezzo a guardare le nuove arrivate. Uno dei due amici mi spinse giù dai gradini dicendo: «Vai, sono loro.»

Mosso dalla mia naturale socievolezza corsi incontro alle due e poiché la recinzione ci divideva, sgattaiolai tra il terreno e il bordo inferiore passandoci sotto.

Scelsi la più giovane per arrampicarmi sulle sue gambe e scodinzolare.

Lei mi sollevò da terra, mise la sua faccia davanti ai miei occhi, mi sorrise e disse: «Sei tu? Ma come sei bello!»

I due amici dalla loro postazione, con i nasi a punta e le orecchie dritte, guardavano soddisfatti.

I loro peli irti brillavano al sole.

L’umano che ci aveva condotto sin lì scese dal camper, accolse con molta cortesia le due signore e le fece accomodare intorno ad un tavolo di pietra che si trovava sotto ad un pergolato. Parlò per più di mezz’ora elogiando le mie qualità e quelle della mia famiglia, spiegando come si alleva un cucciolo e raccomandando ogni genere di cura. Alla fine si allontanò e spari nel camper.

Ritornò con una piccola valigia di cartone nella quale ci dovevano essere i miei effetti personali. La consegnò alla signora più giovane che in cambiò le diede dei soldi: il mio prezzo e la cifra che serviva ai miei due amici per proseguire il viaggio e per partecipare al concorso in Piccardia.

La signora mi sollevò delicatamente, mi portò nell’automobile e mi adagiò sulle ginocchia della sua compagna più anziana che già si era accomodata nel sedile del passeggero.

Le portiere si chiusero e la macchina si avvio lentamente fuori dal sentiero polveroso.

I due amici erano ancora là, sulla soglia del camper che mi guardavano mentre mi allontanavo e non alzarono neppure una zampa per salutarmi.

Sì, una zampa, perché i due amici erano berger picard campioni, che avrebbero raggiunto la Piccardia per una gara canina ed io, a quei tempi, ero un cucciolo di cane barbone di appena cinquanta giorni che si avviava verso una nuova casa e una nuova esistenza con le sue nuove padrone che mi avrebbero amato per tutta la mia vita.

Non feci in tempo a conoscere Busto Arsizio, città delle meraviglie, perché quello fu solo il luogo dell’appuntamento nel quale ci conoscemmo.

Le mie padrone abitavano e abitano con me altrove.

Quando penso a Busto Arsizio, però, mi tornano alla mente i due amici, impettiti sulla soglia del camper che malgrado mi abbiano venduto hanno fatto il mio bene.

Chissà se sono arrivati primi alla gara?

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